lunedì 20 marzo 2017

Visita Parlamentare in #Israele: incontri politici e diplomatici.

Nella precedente parte del resoconto mi sono concentrato sui soli profili storici e culturali della permanenza a Gerusalemme. Ovviamente, la nostra visita a quella che de facto è la capitale di Israele (de jure, per la comunità internazionale, è invece Tel Aviv) ha previsto numerosi incontri politici. Anche a Tel Aviv abbiamo avuto degli scambi politici e diplomatici significativi, di cui fino ad ora ho tralasciato l'esposizione. Ho ritenuto infatti opportuno che gli aspetti politici e diplomatici non fossero frammentati secondo l'ordine cronologico degli eventi, ma trattati qui unitariamente.

Voglio ringraziare fin d'ora l'ambasciatore Francesco Maria Calò e tutto lo staff della rappresentanza italiana per averci fornito un prezioso quadro informativo dei rapporti tra i due paesi, chiarendoci il ruolo e gli interessi della Repubblica Italiana in Israele. Lo Stato ebraico è un nostro importante partner commerciale, nei confronti del quale vantiamo un saldo commerciale strutturalmente positivo. In particolare, siamo il sesto paese al mondo con più esportazioni verso Israele, per un valore, nel primo semestre del 2016, di 1,46 miliardi di Euro (valore quasi triplo rispetto a quello delle importazioni in Italia di beni israeliani). Israele è poi la nazione al mondo che vanta i maggiori investimenti privati su R&S e, più in generale, è una delle punte di diamante dello sviluppo scientifico e tecnologico mondiale, con risultati straordinari e sproporzionati rispetto alla sua piccolissima estensione, pari a quella di una regione italiana. Dal punto di vista degli interessi nazionali italiani, i rapporti privilegiati esistenti con lo stato ebraico garantiscono anche la possibilità di sinergie estremamente vantaggiose in campo scientifico.I nostri paesi sono infatti legati da un accordo intergovernativo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica, firmato a Bologna il 13 giugno 2000 ed entrato in vigore nel 2002, grazie al quale sono stati sviluppati quasi 180 progetti di ricerca. Ben 9 sono i laboratori congiunti di ricerca, in campi che vanno dalle neuroscienze alla nanoelettronica, dalla ricerca spaziale alle energie rinnovabili. Circa 100 ricercatori italiani sono ora presenti in Israele, mentre ben il 14% dei medici israeliani ha studiato in Italia.

Vale la pena sottolineare che l'Italia, pur essendo dotata di una delegazione in loco estremamente più piccola di altre grandi nazioni, USA compresi, è riuscita a incatenare negli anni numerosi successi nei suoi rapporti con Israele, sia in campo commerciale che tecnologico. A livello proporzionale - ossia in relazione alle risorse economiche, burocratiche e diplomatiche concretamente investite - la relazione bilaterale italo-israeliana ha auto una resa eccezionale, verosimilmente superiore a quella di tutte le altre nazioni europee e degli Stati Uniti.

Inevitabilmente, nel corso dei vari incontri con gli esponenti israeliani, è sempre riemerso il tema di fondo del conflitto in atto, anche se variamente declinato a seconda della provenienza istituzionale o politica degli interlocutori. Israele, pur in un momento di assoluto predominio militare nella regione, e malgrado la favorevole situazione diplomatica regionale, continua a sentirsi sotto assedio. Il conflitto con i palestinesi è visto come un singolo capitolo di un ben più ampio scontro, sfortunatamente ancora in atto, con la maggior parte del mondo arabo e di quello islamico. Questi mondi, che solo in parte coincidono, non hanno infatti accettato, in larga maggioranza, le rivendicazioni nazionali ebraiche. Essi non solo contestano il diritto del popolo ebraico di creare un proprio Stato e di stabilirsi nella terra dell'ex Palestina mandataria,  ma negano addirittura che esista un popolo ebraico. Fino al limite, ben esemplificato dalla recente risoluzione dell'Unesco, di negare l'esistenza e la storia dell'antico Israele, e del legame ebraico con l'antica capitale e i resti del Tempio, benché siano fatti storicamente accertati e indiscussi nella comunità accademica (nonché fondamenti della storia del cristianesimo stesso).

Gli esponenti dell'opposizione da noi incontrati hanno voluto rimarcare con forza la richiesta di un accordo che garantisca pienamente Israele de facto dello Stato di Israele da parte araba, in ragione dell'impossibilità pratica di distruggerlo qui ed ora, non è visto come una sufficiente garanzia per il futuro. Gli israeliani sanno di essere in una posizione di forza, ma in un'ottica di lungo termine ben sanno che essa potrebbe capovolgersi. Essi desiderano il riconoscimento anche dei propri diritti nazionali e della possibilità di esplicarli nella terra d'Israele. Durante la permanenza a Tel Aviv abbiamo incontrato l'ex parlamentare laburista Einat Wilf, già consigliera di politica estera di Shimon Peres. Nel corso della discussione, Wilf ha specificamente individuato nel rifiuto arabo di legittimare il movimento nazionale ebraico la ragione del rigetto, da parte di Arafat, della proposta avanzata da Barak (c.d Camp David II), che pure avrebbe garantito la fine dell'occupazione, compensazioni territoriali e per i profughi e la restituzione di Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese. Tale rigetto - immediatamente seguito dalla seconda intifada - è stato vissuto dai laburisti come un tradimento da parte del partner negoziale e ha portato al tracollo della sinistra politica in Israele. Da allora, Israele è stato ininterrottamente governato da forze di destra.
dal punto di vista della legittimità nazionale. Un accordo fondato sulla mera accettazione

Yaacov Peri, dell'opposizione centrista, ha chiarito nelle sue primissime parole con noi alla Knesset che, in Israele, le questioni di sicurezza non sono né di destra né di sinistra. Forte della sua esperienza nello Shin Bet, ci ha esposto le maggiori preoccupazioni di sicurezze da lui percepite. A nord, Hezbollah ha tra 150000 e 200000 armi balistiche, con cui può colpire l’intero territorio israeliano. Sempre a nord, tra le fila della ribellione siriana vi sono forze fondamentaliste violente. Nel Sinai, opera un’organizzazione a metà tra Al Qaeda e Isis, che si scontra quotidianamente con l’esercito egiziano. Ciascuna di queste situazioni è oggi affrontata con intelligenza, ma un minimo errore potrebbe portare allo scoppio di un conflitto asimmetrico. Alla frontiera sud, infine, Hamas si sta intensamente preparando per un nuovo confronto, potenziando la propria rete di tunnel. La situazione umanitaria a Gaza é tra le peggiori in medio oriente. Peri ha rimarcato come, malgrado lo stato di guerra fredda esistente, Israele sia il primo fornitore di assistenza a Gaza, seguito dal Qatar. Ha poi chiesto un maggiore impegno di tutto il mondo occidentale per aiutare Gaza, e ciò indipendentemente dai rapporti con Hamas, sostenendo che il processo diplomatico, di per sé, non può portare una soluzione alla situazione umanitaria di Gaza.

Quanto al processo di pace, Peri ha dato atto di come tutte le trattative bilaterali siano fallite, e non solo per colpa di Israele. Da entrambe le parti manca una leadership, mancanza tra l'altro comune a tutto il mondo occidentale. Ciò ha portato a un rapporto di totale sfiducia tra le parti stesse. Secondo l’ex ministro, l'attuale governo di destra non ha reali motivazioni per impegnarsi a ricreare fiducia, benché Netanyahu sappia perfettamente che la prosecuzione dello status quo è impensabile, e che è impensabile governare su una futura maggioranza palestinese. Non tutti la pensano però così alla Knesset e infatti, alcune ore dopo il nostro incontro, come previsto da Peri, la maggioranza di destra della Knesset ha approvato il c.d. settlement bill, una legge molto contestata e verosimilmente contraria alla Costituzione israeliana, tanto che la relativa dichiarazione di incostituzionalità ci è stata data per certa. Peri però vede anche una possibile prospettiva positiva nel futuro. Israele condivide con i grandi paesi arabi due interessi: limitare il violento espansionismo dell'Iran e contrastare l'estremismo islamico. Questi due interessi potrebbero portare a un ombrello regionale. che potrebbe essere un ambito ideale per riavviare anche il processo di pace. Solo il 10-20% della popolazione degli insediamenti dovrà essere ricollocata, visto che con qualunque accordo di pace i settlement blocs - ossia i grandi blocchi coesi di insediamenti adiacenti la linea verde - verranno assegnati a Israele in cambio di terre agricole per Gaza. Secondo Peri, questi numeri rendono l’operazione fattibile, anche se verosimilmente non dall'attuale Governo.

Abbiamo poi incontrato, sempre alla Knesset, tre esponenti della maggioranza parlamentare. La prima, Anat Berko, è un colonnello dell’esercito israeliano, specializzatasi con un PHD sulla psicologia dei terroristi suicidi. Berko ha esposto prima di tutto la sua visione del mondo, secondo la quale ci troviamo in una terza guerra mondiale contro la jihad globale, e contestualmente dobbiamo affrontare un'ondata migratoria che minaccia l'identità dei nostri popoli. Si tratta di tesi non nuove, anzi sempre più diffuse fra le forze di destra in Europa e America, ma ritengo che siano errate e politicamente non condivisibili. Ho però ritenuto di particolare interesse le riflessioni di Berko relative alla sua storia familiare di ebrea mizrahi. In occidente si tende erroneamente a pensare che gli israeliani discendano nella totalità o almeno in maggioranza da ebrei europei. Non è così, il gruppo più numeroso fra gli ebrei israeliani è quello dei mizrahi, ossia degli ebrei provenienti dal mondo arabo-musulmano. Berko discende da una famiglia di importanti notabili iracheni, ma le persecuzioni antiebraiche degli anni '40/'50  portarono suo nonno a scappare, come profugo (destino comune a 800.000 mizrahi), in Israele. Comprensibile è lo smarrimento degli ebrei arabi per il fatto che a livello ONU esistano due definizioni diverse di profugo: una per quelli palestinesi e una per tutti gli altri. Solo la prima è tramandabile di generzione in generazione, caratteristica di cui invece non hanno potuto fruire i milioni di discendenti dei profughi mizrahi, compresi i genitori di Berko.

Malgrado la sua identificazione come donna di destra nelle questioni di sicurezza, Berko ha comunque espresso una posizione di favore ai due stati. Ha però ribadito come condizione il mantenimento di una presenza militare al confine giordano e la connessa garanzia che la Cisgiordania non diventi un emirato islamico, nonché il riconoscimento da parte palestinese del nesso tra popolo ebraico e terra d’Israele. Per quanto riguarda invece l'ISIS, Berko ha proposto la stipulazione di un accordo internazionale per consentire agli Stati di togliere la cittadinanza ai foreign fighter anche qualora tale cittadinanza sia l’unica detenuta dal soggetto.

Dave Foreman, esponente di Israel Beitenu, il partito più a destra della coalizione, ha denunciato l’incitamento palestinese contro lo Stato di Israele e gli ebrei, chiedendo un più fermo intervento dell'Europa nei confronti del partner palestinese. In particolare, i comportamenti sui quali ha chiesto attenzione sono l'assegnazione di sussidi pubblici, fino a 12.000 sheqalim al mese, ai responsabili  di azioni violente, anche di natura terroristica, l'intitolazione di piazze e strade ai responsabili di attacchi contro civili e i contenuti violenti dei libri di testo per la terza, quarta e quinta elementare.

Oren David, ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, ha voluto sottolineare come la soluzione del conflitto con il mondo arabo non possa fermarsi al livello politico, ma richieda anche un ingaggio reciproco e diretto da popolo a popolo. A tal fine, ha sottolineato la disponibilità di Israele a offrire gratuitamente ai propri vicini l'accesso alle proprie tecnologie, specialmente nel campo dell’acqua. Ha citato, rispetto a tale tema, un recente incontro di tre giorni tra parlamentari arabi (palestinesi e di altri Stati) e israeliani sui sistemi di gestione dell’acqua. Ritenendo che tali iniziative, seppur tematiche e focalizzate, possano essere il modo per ricreare die legami di fiducia tra le parti. Oren ha quindi chiesto all’Italia, in virtù delle sue relazioni proficue con tutte le parti, di agire come facilitatore per incontri trilaterali di questo genere.

Orly Levi-Abekasis, presidente dell'Associazione Israele-Italia della Knesset, ha preliminarmente osservato con soddisfazione che la nostra visita era quella con la delegazione politica più numerosa nella storia dei rapporti tra i due parlamenti. Da un punto di vista politico, ha evidenziato l'importanza di garantire, anche nei periodi politicamente più travagliati, i diritti delle opposizioni parlamentari, citando il recente rigetto, da parte di una maggioranza eterogenea di membri della Knesset di una proposta che avrebbe limitato le risorse delle opposizioni. Per quanto specificamente riguarda i rapporti interparlamentari tra Italia e Israele, ha proposto la creazione di sinergie in campi nuovi e diversi da quelli di tradizionale dibattito, promuovendo in particolare un confronto sui temi dell'infanzia e della collaborazione sociale.

Sono stato estremamente soddisfatto dell'esito di questo viaggio. Com'era prevedibile, non ho condiviso pienamente le posizioni di tutti i nostri interlocutori, pur sforzandomi di valorizzare i punti di consenso piuttosto che quelli di dissenso. Come il Governo italiano in carica e come quelli che lo hanno preceduto, mi considero un amico di Israele. Proprio per questo sono preoccupato dall'assenza di evoluzioni nella situazione diplomatica della regione. Israele ha bisogno e ha diritto di confini certi, e la via per garantirli passa da un accordo di pace con i palestinesi. Attualmente, l'unica credibile soluzione è quella di due Stati per due popoli. In uno Stato unico, infatti, l'autodeterminazione e i diritti di una delle due popolazioni rischierebbero di essere irrimediabilmente compromessi. E' chiarissimo a chi scrive che la responsabilità del processo di pace non può essere fatta gravare sul solo Israele, e ritengo condivisibili le osservazioni fatte dalla Dottoressa Wilf circa la necessità, da parte palestinese, di accettare non solo e non tanto la struttura statuale di Israele (che nel futuro potrebbe ben evolversi in senso federale, binazionale, ecc...) quanto il diritto all'autodeterminazione nazionale ebraica che né è alla base, speculare e paritario a quello palestinese. E tuttavia, finché non si raggiunge un accordo, le parti devono astenersi dal porre in essere azioni tale da renderne impossibile il raggiungimento. La politica di insediamento in Cisgiordania rischia di portare a un tale effetto, soprattutto ove posta in essere fuori dai settlement blocks e in aree comportanti la frammentazione territoriale delle zone arabe. Inoltre, in alcuni casi la terra sulla quale vengono edificati gli insediamenti illegali appartiene a privati palestinesi. Il rispetto dei diritti di proprietà dei singoli è certamente garantito all'interno dei confini israeliani, e deve essere parimenti garantito anche all'interno delle aree occupate. In ogni caso, non ho ritenuto di esporre pubblicamente le mie critiche al contenuto della Legge sulla legalizzazione degli insediamenti allora in discussione, non ritenendo che fosse utile né adeguato al contesto. In quanto stato di diritto, Israele dispone di una Corte Suprema, e a questa compete verificare la costituzionalità delle Leggi, anche in relazione al diritto internazionale. La Corte Suprema, già in passato, ha dato molteplici prove di indipendenza del proprio operato. 

Non voglio però concentrarmi sul solo tema - di solito totalizzante - del conflitto, poiché Israele è anche molto altro. Prima di tutto, la vita quotidiana in Israele si fonda su forme di coesistenza pacifica molto più diffuse di quanto ritenessi. Israele è un grande melting pot etnico e religioso. La stessa distinzione binaria tra palestinesi e israeliani è limitante. visto che in realtà le "tribù" che abitano la terrasanta sono molte di più, a loro volta spesso suddivisibili in ulteriori sottogruppi. La ricchezza culturale dei luoghi che ho visitato era poi palpabile. Non mi riferisco solo alle stratificazioni di una storia millenaria e alla ricchezza ed eterogeneità dei costumi e delle tradizioni culinarie, ma anche ai vibranti sviluppi contemporanei: teatri, gallerie di arte moderna, edifici avveniristici fusi e inseriti in un contesto antico. Il viaggio è stato molto breve, e ammetto che avrei voluto poter conoscere più a fondo il paese nella sua dimensione di vita quotidiana. Certamente, però, ho potuto vedere l'incredibile dinamismo israeliano nell'innovazione tecnologica e le grandi prospettive che essa può portare nello sviluppo strategico tra le due nazioni. Pur riservandomi di esprimere preoccupazione ed eventualmente anche critiche su singole politiche, ritengo che l'Italia debba non solo coltivare una generica amicizia, ma cogliere la possibilità di proporsi come partner privilegiato di Israele all'interno dell'Unione Europea. Per questo, continuerò a seguire e promuovere lo sviluppo dei rapporti bilaterali, in campo commerciale, culturale, scientifico e politico tra i nostri due paesi.

Ringrazio infine tutti i nostri accompagnatori,  ed in particolare Anita Friedman e le sue colleghe di "Appuntamento per Gerusalemme", l'ambasciatore Dan Haezrachy, Angela Polacco, i Sig.ri Bellucci e Pavoncello, per la perfetta organizzazione e gestione di questa visita.

Ivan Catalano.

Fine della terza e ultima parte.

Collegamento per la prima parte.
Collegamento per la seconda parte.


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